Il “non ti voglio ma ti voglio”


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Tornassi indietro oggi sarei l’incubo di questo tipo di personaggio.

Il “ti voglio ma non ti voglio” è il tipo di uomo che dipende letteralmente dalla risposta che tu dai al suo “non ti voglio”.

Appena passate il primo minuto felice insieme, inizia subito a farti il discorso “beh sai, io non voglio che ti innamori di me. Io sono una anima libera. Potremmo solo divertirci e stare bene”.

Li ho contati me l’hanno detto in tre (ma presumo anche di più) e li ho accontentati: li ho presi in parola. E si sono innamorati tutti e tre.

Uno in particolare me lo ripeté tutto il primo mese: ogni volta che ci vedevamo me lo diceva, non ti innamorare, per me non stiamo insieme, io sono in una fase, io non voglio cose serie. Nel frattempo trovai lavoro in una pizzeria a taglio (avevo 24 anni) e lui iniziò a presentarsi ogni giorno a lavoro. Mi portava un pacchetto di caramelle, mi spediva i fiori (tu sei in prova e il tuo “ragazzo” si presenta dove lavori a portarti caramelle e fiori. Ho dovuto dirgli di smetterla, mi vergognavo, giuro). Poi un giorno evidentemente cambiò idea: per lui stavamo insieme. Io non dissi nulla, faceva tutto lui. Ma sbagliai perché diventò un vero e proprio stalker quando lo lasciai un mese dopo, dicendomi che l’avevo sedotto e abbandonato.

Un’ altro stava con un’altra che nessuno ha mai visto. Non fraintendermi, non esco con uomini impegnati, ma all’epoca avevo 23 anni, non so se capivo le cose e il loro disegno globale, così come le capisco adesso.

Comunque io iniziai a uscire con questo ragazzo “non ti innamorare di me, sono uno spirito libero” (che originalità), fino a quando un nostro amico mi disse che era fidanzato con una ragazza che nessuno ha mai visto (non c’è nemmeno sui social, oddio quindi forse non esiste?).

Chiusi con lui appena lo seppi: evidentemente toccai qualche corda dello spirito libero che era in lui, perché in un minuto fu pronto per “impegnarsi davvero con me”. Io non ero sicura che avrebbe lasciato la fidanzata immaginaria, comunque tutto quello che avevo sentito bastava per renderlo basso ai miei occhi, per cui decisi che “dai, mo’ basta”.

Il terzo fu il “the best”. Sarritzu di cognome, puoi già capire da che regione venga. Una mini storia a distanza tra Sardegna e Toscana.

Uno che non dimenticherò mai, non per le sue doti, bellezza (bruttezza in questo caso) o altro, ma perché è una di quelle persone che quando le conosco mi balocco nell’idea che se avessi anche io l’arroganza, la sfacciataggine, la zero empatia che vedo in loro forse avrei una vita diversa (oddio magari in peggio).

Un giorno stavamo al telefono e lui mi disse che il cellulare si stava scaricando e che aveva il carica batterie di sopra, che non aveva voglia di andarlo a prendere per cui ci saremmo sentiti il giorno dopo, nel caso cadesse la linea.

E qui mi si alzano le antenne: io lo so, perché prima o poi lo impari e all’epoca avevo sui 36 anni per cui lo sapevo già che, se uno non si sbatte nemmeno per fare un piano di scale per sentirti, non è che domani si innamorerà di te.

Lo risentii un paio di volte, ma la seconda fu quella migliore: mi chiamò lui per farmi il discorso tipico di 10 minuti in cui ti tratta da disperata, quella che potrebbe decedere senza di lui, perché lo chiami, guardi, senti, pensi, troppo e lui non è come gli altri, lui è uno di quelli che “se sta con te ci sei solo tu e ti dà tutto, ma fino a quel momento lui è libero non si vuole sentire pressato” (ah già, non sei come gli altri, mai sentite queste cose).

Dopo 10 minuti fece una pausa e io gli dissi “ non ho capito bene. Mi stai chiamando per lamentarti che ti chiamo?”.

Un consiglio, se posso: dovesse mai venirti in mente la frase giusta da dire, una frase che in poche parole racchiuda tutta la sintesi del discorso, specialmente se il discorso è privo di logica, allora dilla ma poi fermati e aspetta la risposta.

Quando gli ho risposto così sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo sentivo, così come sapevo che ne sapevo troppo per innamorarmi di cotanta arroganza.

Aspettai la risposta e lo sentii in difficoltà. In una frase riassumevo la stupidità di quella telefonata, e anche in generale la stupidità del “non ti voglio, ma ti chiamo per dirti come comportarti, così magari poi ti voglio”.

Balbettò qualcosa e io dissi: - io non capirò mai le persone come te. Nemmeno fossi Brad Pitt. Sei brutto. Eppure sei convinto che io, in 10 giorni, sia già pazza di te perché ti chiamo e non faccio il gioco “aspetto che mi chiami lui”. Io non dico che ci sia una giusta frequenza all’inizio, ognuno è fatto a modo suo, chi lo sa, ma tu hai l’arroganza di trattarmi come se morissi senza di te. Posso tranquillizzarti: sono sicura che non morirò, soprattutto dopo questa edificante conversazione”.

Indovina chi, da quel momento, iniziò a essere interessato alla sottoscritta?

Dammi retta: se dovesse mai capitarti il “ti voglio, ma non ti voglio”, accontentarlo sarà sempre la scelta migliore.

 

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